Crea sito

47 Ronin [Recensione]

guarda il trailer
guarda il trailer

Presentato come un film di medio livello con tiepidi applausi al festival di Venezia 2013 e nasi arricciati del pubblico mainstream, 47 Ronin non è di certo uno di quei film che vai a vedere con grande entusiasmo. E’ una questione di curiosità a spingerti al cinema, imbonito dai trailer fracassoni e lo stile esotico da Giappone tardo medioevale. Sono le scarse aspettative che spesso contribuiscono a regalarci due ore di pura empatia cinefila, quei momenti in cui stacchi il cervello e ti fai trasportare dalle immagini e dal sonoro. Vedere il film è stato come assistere a un live action del manga Inuyasha, ove i demoni che abitano le foreste sono tanto reali quanto i samurai che difendono i reami dalla loro minaccia.

Il film narra quella che in giappone è forse la più famosa e tramandata storia di vendetta e onore. La storia dei 47 Ronin è la storia di 47 samurai rimasti orfani del proprio padrone, il daimyo di Asano, costretto a togliersi la vita tramite il seppuku in conseguenza dell’aver recato offesa al maestro di protocollo dello Shogun, Kira Yoshinaka. I Ronin, disprezzati e considerati senza onore, decisero di vendicarsi contro colui che aveva causato la morte del loro signore, contravvenendo al divieto di vendetta dello stesso Shogun. Ucciso Yoshinaka, ai ronin fu riconosciuto dallo Shogun il merito di essersi comportati secondo le leggi del bushido (il codice dei samurai) e dunque venne loro concesso il privilegio di morire (per aver trasgredito gli ordini impartiti) tramite il seppuku, per conservare l’onore. Dei 47 Ronin, solo 46 si suicidarono poichè a uno venne risparmiata la vita. I giapponesi omaggiano ancora oggi il coraggio dei Ronin caduti recandosi in pellegrinaggio nel tempio Sengakuji a Tokyo, luogo di sepoltura dei samurai.

Questa storia, è la base del film con Keanu Reeves, il quale nel film recita la parte miserevole di un mezzo-sangue addestrato fin dalla sua infanzia da una società di demoni, i monaci Tengu. Riuscito a fuggire da luogo remoto ove era stato relegato, sarà arruolato con un basso rango nel clan di samurai al servizio di Asano Naganori, e si innamorerà di sua figlia Mika, l’unica a vedere in Kai (Reeves nel film) un uomo buono e non una minaccia. Inutile dire che Kai sarà l’unica speranza per i ronin  di sconfiggere Kira e la perfida strega (Rinko Kikuchi) che lo fiancheggia, mutaforma capace di assumere molte sembianze e in grado di praticare la più pregiata magia nera.

47-Ronin-Keanu-ReevesI colori, i costumi, i rituali e i fondali sono elementi che ti costringono a una calda immersione nel Giappone dei primi del ‘700, con un realismo e un’accuratezza nella rappresentazione che supportano il film nel suo processo di credibilità. Il film non si fonda sulla meticolosa rappresentazione storica degli eventi, ma su di un racconto arricchito da elementi fantasy e intriganti creature dai colori sgargianti, portate alla luce attraverso un uso massiccio della computer grafica.  Tra queste la più riuscita è sicuramente il Kirin, un animale mitologico presente nella cultura sia nipponica che cinese e paragonabile alla kimera greca, soprattutto per l’uso che fa della coda a frusta. Keanu Reeves non brilla per solidità della sua performance e forse stona anche un pò vederlo appaiato ad un gruppo di uomini molto più bassi di lui (i giapponesi sono bassi per natura) in vesti da samurai. A tratti molto lento e forse anche un po noioso, il film si riserba di concentrare l’azione solo in alcuni precisi momenti, con un finale forse leggermente sbrigativo e non all’altezza delle aspettative costruite in tutti i primi 70 minuti della pellicola. In particolare lo scontro tra Kai e la strega tramutatasi in feroce drago è uno scontro pacchiano e senza troppi colpi di scena. Sarebbe stato più accettabile se maggiormente coreografato, visto che è stata una delle scene madri tanto pubblicizzate nei trailer. Un film che avrà pure qualche pecca ma che ha due meriti: una storia fresca e lontana dai soliti clichè hollywoodiani e la forza di riuscire a farti dimenticare per due ore che sei seduto nella poltrona di un cinema.