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Westworld – Dove tutto è concesso

Trailer 1

Anche se morto da otto lunghi anni, Michael Crichton continua a contaminare il mondo con le sue storie fantascientifiche e pionieristiche. Non tutti sanno che Westworld viene proprio dalla sua mente, rappresentando un remake seriale de Il mondo dei Robot, primo esperimento filmico sul tema del 1976 scritto e diretto da Crichton stesso.


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Il fatto che Westworld sia nato dalla stessa penna di Jurassic Park lo si evince in molti dettagli di questa prima ed incantevole stagione. Il parco iper realistico dove si può vivere un’esperienza quasi trascendentale fa da palcoscenico alle sotto trame classiche del genere: la rivolta delle attrazioni contro i propri creatori, la resistenza del genio inventore nel non riconoscere la follia dei suoi piani, il desiderio di fuga dei “mostri” da una prigione senza sbarre.

Nessun dinosauro si aggira stavolta per le vaste praterie, scenario Western nel quale i visitatori possono letteralmente dare sfogo ad ogni propria selvaggia pulsione, ricercando al contempo una maggior consapevolezza di sé, spesso inibita nel mondo esterno ed invece lecita in Westworld, luogo dove tutto è concesso.

Puoi uccidere, scopare, andare a caccia dell’oro o unirti ad un gruppo di rivoltosi per uscirne sempre indenne, perchè l’uomo non può essere ferito dai residenti, androidi antropomorfi che rivivono in loop le narrazioni studiate da Robert Ford il creatore di ogni cosa. Ogni androide residente svolge un ruolo all’interno di una trama e sono poche le variazioni che la sua intelligenza artificiale può apportare alla storia.  Chi deve morire morirà, chi deve fottere fotterà, chi deve soffrire soffrirà. Un meccanismo simulatorio con vita breve e che si incepperà nel momento in cui agli androidi sarà concessa una forma primordiale di coscienza, un artefatto inventato per renderli più reali nella gestione delle emozioni attraverso i ricordi e al contempo imprevedibili nel crescere della loro consapevolezza.


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Gli espedienti narrativi che ingolosiscono lo spettatore sono molti e multiformi: dalla sovrapposizione temporale degli eventi al twist sui personaggi, in una storia che svela lentamente dettagli ed insinua il dubbio sulla realtà delle cose. Chi è umano e chi robot? Chi controlla chi? Allo spettatore non importa capire tutto subito, allo spettatore importa godersi la teatralità dalle scena, quella in cui le cose accadono e riaccadono di continuo, rendendosi facilmente prevedibili. Quando si assiste per la terza volta alla rapina in banca si sa già come andrà a finire e dunque ci si concentra sui dettagli che prima non erano stati notati. Dettagli che affascinano anche il misterioso uomo in nero e che rendono interessante ogni sua nuova esperienza nel parco.

E’ difficile schierarsi da spettatore con una delle parti coinvolte, sia uomini che androidi hanno proprie debolezze e capacità, non viene mai ad innescarsi quel meccanismo di empatia che ci fa sperare nella supremazia di una razza. Si assiste allo scannatoio piacevolmente inermi, confidando che tutte le risposte ai misteri saranno ben presto svelate.   

Johnatan Nolan fa dunque quel miracolo che tanto riesce bene anche al fratello Chris, ovvero la magia di creare prodotti di intrattenimento validi e innovativi, senza buchi di trama, senza disonestà verso lo spettatore. Quello che Westworld raggiunge in dieci episodi Lost lo raggiunse in più di cento, avvitandosi in inutili iperboli finalizzate ad allungare il brodo. La serialità moderna richiede tempistiche più snelle in brevi archi temporali col fine di sublimare l’offerta abnorme di prodotti similari e il poco tempo per innamorarsene.