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Viaggiare a piedi – 2 capolavori da scoprire

Capita di non sapere dove la vita ci sta conducendo, perché scegliamo di percorrere delle strade piuttosto che altre e come siamo arrivati ad un punto morto delle nostre esistenze. Rinascere attraverso il viaggiare per alcuni è la miglior soluzione ad una crisi esistenziale che pretende delle risposte a domande che la quotidianità non può suggerirci. Ritornare in contatto con se stessi, sfidarsi e fondersi con la natura è, a detta di molti, il passo decisivo per svoltare la propria esistenza. Ecco allora due pellicole su avventuriere pedestri mosse da diversi propositi, due protagoniste che camminano per ritrovare l’equilibrio in un esistenza ormai sconvolta. Storie vere raccontate da donne vere, perchè il futuro al cinema è donna e funziona parecchio bene.


Wlid (2014)

Trailer  “La mia vita, come tutte le vite è misteriosa, irrevocabile e sacra. Così vicina, cosi presente, così mia. Quale sentimento selvaggio che lasciarsi andare alla vita…”

wild2014posterIl Pacific Crest Rail non è solo un impervio percorso californiano di 4.000 Km che si snoda tra remoti scenari naturali, ma è la cornice nel quale Cheryl Strayed (Reese Witherspoon) decide di dichiarare guerra a se stessa, alla propria anima devastata, al proprio corpo sconvolto dall’eroina e al dolore per il recente divorzio. Zaino in spalla, poco cibo disidratato ed una voce costante nella testa che la istiga a desistere, Cheryl si impone di proseguire il viaggio verso un arido deserto non privo di pericoli. Sola e inesperta, da subito comincia a convincersi che “ha fatto una grossa cazzata”, misurando i propri passi che la distanziano dal punto di partenza, un numero inizialmente esiguo rispetto a quelli che la separano dal traguardo chiamato Il ponte degli Dei. Il film descrive bene il pericolo della solitudine, soprattutto quando sei una donna che incontra bifolchi e montanari in mezzo al nulla. La paura dell’altro e la diffidenza alimentata dalle apparenze si rivelerà spesso infondata, poichè coloro che la protagonista incontra nel suo viaggio sono benevoli personaggi pronti ad aiutarla, anche se in alcuni casi questo eccessivo positivismo è smorzato registicamente da sguardi e gesti equivoci che fanno sempre temere il peggio per la sua sorte.

Commuove la determinazione di Cheryl davanti alle piaghe nella schiena, alle unghie dei piedi spezzate e al progressivo arrangiarsi davanti agli imprevisti. Impossibile non sorridere nel momento in cui un veterano del trekking le alleggerisce lo zaino dalle cose inutili che si è portata dietro, estraendo tra le altre cose una stecca da 12 preservativi. Una bella trovata  quella di mettere in relazione l’idea iniziale del viaggio e quella reale attraverso la conta degli oggetti che si è scelto di portare con se, roba per lo più inutile e figlia delle comodità. L’aspettativa di ciò che si affronterà alla partenza è contaminata dalle convenzioni sociali, ma nella realtà del viaggio,  la bellezza dell’ululato del coyote al tramonto o il terrore di restare senza acqua sotto il sole a picco sovrastano ogni precedente convinzione. Il film ha una sotto trama fondata sullo sviluppo del trauma che ha portato Cheryl ad intraprendere il difficile percorso e la relazione di profondo amore che la legava alla madre scomparsa prematuramente di cancro. Tratto dal libro Wild – Una storia selvaggia di avventura e rinascita scritto dalla stessa Cheryl Strayed.


Tracks – Attraverso il deserto (2013)

Trailer  “Mi piace pensare che una persona qualunque sia capace di una qualsiasi cosa.”

49996Ancora una storia vera, ancora una donna protagonista. Niente più boschi in questo viaggio ma solo il caldo e arido deserto australiano in un viaggio pericoloso e spesso assassino. Robyn Davidson (Mia Wasikowska) decide di intraprendere nel 1977 un’impresa che ha dell’incredibile, attraversare da costa a costa il continente australiano in linea retta (3000 km), partendo da Alice Spings per arrivare all’oceano indiano, in compagnia solo del suo cane e di quattro cammelli. Non avendo soldi il viaggio le viene finanziato dalla rivista National Geographic, la quale invia un fotografo per foto documentare l’impresa tappa dopo tappa. Il film è meno intenso del precedente poichè non descrive una protagonista forte e al contempo psicologicamente debole, bensì una ragazza determinata sia nel fisico che nella mente, amante della solitudine e per nulla impaurita dall’idea della morte.

Un personaggio rude che non si apre, che “fa muro”, risultando imperscrutabile agli occhi dello spettatore nella sua essenza. Non si innesca nessun meccanismo empatico ed il film scorre come un documentario davanti ai nostri occhi. Robyn Davidson è una donna distante dai nostri canoni moderni, perciò risulta difficile provare immedesimazione nella sua impresa. Ci si può aggrappare alla curiosità descrittiva degli spazi naturali, al rapporto che la lega ai suoi animali, alla relazione disfunzionale col fotografo Rick Smolan, ma nulla più. Quando guardi un film del genere non puoi che dimostrarti critico verso alcuni dettagli di fondo, come il dimagrimento corporeo, le vacillazioni della mente, la natura killer. Il deserto del film sembra una normalissima landa piatta, che ti da cibo se lo cerchi, acqua e sicurezza se la brami; la natura non è matrigna, nessun serpente a sonagli ti ucciderà nel sonno, nessun ragno velenoso ti morderà. Il deserto semplicemente sta a guardare mentre entri nei suoi territori, il caldo non ti mette alla prova, non dubiti mai della tua impresa fino in fondo. Difficile crederci, soprattutto quando il film si vanta d’essere una True Story. Il film ha molti pregi, ma la fotografia e il taglio registico sono i più apprezzabili. La prima gialla, polverosa, calda, che fa venire sete. La seconda assente, distante, che si annulla, non filtrante poichè il protagonista è Robyn con il suo deserto, non i virtuosismi registici che ce la raccontano. Pellicola bella e tratta anch’essa dall’omonimo libro autobiografico della protagonista.