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Pacific Rim

La prima riflessione dopo una immersione ai limiti della catarsi in Pacific Rim è: chi se ne frega di vedere il prossimo film di Godzilla? Quali surplus potranno mai emergere da un film del genere, arrivato al cinema dopo Pacific Rim? Il film di Del Toro merita di essere annoverato tra i film che hanno la capacità di scrivere (o riscrivere) la storia di un genere, di fare da spartiacque, come a suo tempo Avatar può aver riscritto le leggi della stereoscopia digitale. Sarebbe dunque opportuno d’ora in poi parlare di pellicole pre e post Pacific Rim, cancellando molte delle regole “mecha” a cui i film dei Transformers ci avevano tanto abituato, dando spessore e senso di novità a una storia che infondo di nuovo non ha molto da offrire.

Quanti portali dimensionali portatori di creature aliene abbiamo visto dall’alba della fantascienza ad oggi? Non riesco nemmeno a contarli. Eppure Pacific Rim riesce in pieno a creare un mondo nuovo fatto di macchine e creature titaniche, fatto di uomini da un lato e mostri dall’altro. Gli Jeager sono veicoli di metallo senz’anima, privi di coscienza e spesso in grado di rubare la scena ai piloti che li controllano. Veicoli che spesso restano sullo sfondo, funzionali a una storia quasi del tutto incentrata sulle paure umane derivanti dalla minaccia Kaiju, i mostri abissali più colorati e luminescenti della storia. Jaeger. Colossi meccanici alti ottanta metri, con pistoni idraulici nelle articolazioni e lame di wolveriniana memoria nelle braccia.

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Come gli attori in carne ed ossa, alcuni recitano da protagonisti, altri da caratteristi. Gipsy Danger e Striker Eureka sono le star intorno a cui la storia ruota, Cherno Alpha e Crimson Typhoon i caratteristi che esaltano l’interpretazione dei primi.  In tutto questo i Kaiju sono realmente colossali, hanno nomi e personalità proprie che li rendono unici sia nel combattere che nel distruggere. La minaccia è reale e la si percepisce ogni volta che uno di loro compare sullo schermo e marcia verso la città. E’ un orgasmo nerd costante, vissuto tra luci fluorescenti da trip acido dove tutti gli elementi tradizionali degli anime giapponesi sui robottoni giustizieri si fondono e danno vita ai sogni più perversi di un bambino cresciuto nei mitici  anni ottanta: vedere finalmente in live action Jeeg o Mazinga Z

Forte di attori non proprio alla ribalta, il film riesce a catturare l’interesse verso le storie personali di volti sconosciuti, personaggi a cui ci si interessa perchè non solamente abbozzati, ma coinvolgenti e intriganti.  Ad eccezione di Idris Elba e Ron Perlman, non ci sono personalità cinematografiche di rilievo. Apprezzabilissima la cinematograficazione del dottor Sheldon Cooper nella figura dello scienziato interpretato da Burn Gorman, follemente ossessivo e incredibilmente somigliante al fisico di The Big Bang Theory. I fan della serie mi daranno ragione. Il soundtracker di turno, Ramin Djawadi, pompa a manetta un sound che sembra trapiantato da Iron Man, musicando uno score rock e fortemente ritmato, assolutamente adatto al genere. Davvero coinvolgente, sopratutto nel prologo.

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A livello registico il tocco di Del Toro non si percepisce, è troppo diluito per emergere in stile HellBoy o Labirinto del Fauno; manca quel senso di artigianale e di romantico che ha sempre accompagnato il regista messicano nel ricreare creature e mondi fantastici. La sensazione  di mega-produzione commerciale c’è tutta e questo penalizza il tocco e i virtuosismi a cui mi aveva ampiamente abituato nel tempo. La speranza è di vedere un degno seguito del film in tempi piuttosto stretti. Ne voglio ancora! Ne voglio di più!

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