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In Trance

Danny Boyle diciamolo, è un regista che raramente sbaglia i film. Ci sono pochi autori che come lui riescono a stupirmi ogni volta con una pellicola d’impatto.  Ha talento, è un ottimo storyteller e la sua versatilità nel cambiare continuamente genere lo rende sorprendentemente unico. Chi si approccia per la prima volta a una sua opera, scelga con attenzione il genere che più lo ispira in quel momento e, nel godersi la visione certamente non resterà deluso. Horror? 28 giorni dopo. Fantascienza? Sunshine. Romantico? The Millionare. Thriller psicologico? In Trance. Una pellicola matura, complessa e molto articolata che però si imbeve dello stile registico di Boyle dall’inizio alla fine. Il ritmo è il suo, lo stile narrativo anche. È un thriller psicologico che gioca su un unico fatto centrale: l’amnesia del protagonista dopo un furto d’arte.


Estrapolare i ricordi non è cosa facile, dunque l’alternativa è l’ipnotista Elizabeth (Rosario Dawson), manipolatrice esperta che nello scorrere del film tesserà una ragnatela di ricordi tanto articolata da far dubitare lo spettatore di cosa è reale e cosa no. Tutto sembra lineare fino a metà film,  in cui un gioco perverso di scatole cinesi fa dubitare di tutti i protagonisti, in cui nel gioco delle parti buoni e cattivi si confondono, disorientando anche lo spettatore più attento.  Il full frontal della Dawson arricchisce il film di un elemento che raramente le attrici di Hollywood si prestano a regalare. Insomma, una vagina in primo piano è quanto di più intimo si possa mostrare, ma la Dawson lo fa con la grazia non volgare di chi sa prestare il proprio corpo alla scienza della comunicazione visiva. Due grandi labbra poeticamente si accostano alla faccia di Simon (James McAvoy), e non fanno altro che esistere e mettere un grosso punto interrogativo sul perché a lui piaccia così. I peli servono a ricordarci che siamo animali. La nostra origine. Senza di loro esiste solo la perfezione.


E come i corpi totalmente glabri delle opere dei pittori rinascimentali, Simon cerca la perfezione nel pube totalmente glabro di Elizabeth. Il film beneficia anche delle capacità attoriali di Vicent Cassel (nella parte di Frank), il quale si riduce a comprimario nell’ equilibrarsi con il resto del cast. Non si ha la netta certezza di chi sia al centro della storia, se Elizabeth Simon o Frank, poichè le parti sono tutte in rapporto perfetto. Cassel è chiamato ad essere meno istrionico del solito, meno marcato nella prova recitativa, palesemente ambiguo. Inizialmente antagonista diviene a fine film quasi vittima, romantico malcapitato in un gioco che non capirà mai fino in fondo per colpa prima dell’avidità per il denaro e poi dell’amore. Una pellicola che mi sento di consigliare e tutti i fan del regista e agli amanti del genere psicologico. Un film che spesso esagera nella complessità dell’intreccio ma che alla fine svelerà i suoi misteri, strappandovi un velo di commozione nel lasciarvi totalmente senza parole.