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House of Cards, Quarte pareti e Anniversari

La scelta dell’immagine non è casuale. Due dita per due anni di vita. Il primo maggio 2012 nasceva questo simpatico spazio web dedicato al cinema e alle mie relative pippe mentali. Due anni fa cercavo la soluzione a una bulimia cinematografica che cominciava a diventare patologica.

Serie tv ingoiate in meno di 24 ore, giornate riempite spesso anche da cinque film, follia pura. Dopo un mese di questa dieta (e strani deliri comportamentali), l’esigenza di rivomitare parte di quel fiume di immagini e parole ha generato un blog, questo blog. Il primo post fu la recensione di Avengers, e si vede che, al netto dei mille errori grammaticali, più che dire qualcosa volevo solo svuotare il cervello. Col passaggio da Blogger a WordPress tutto è diventato più figo, anche grazie al maggior controllo sul CMS. Con un certo stupore CineBloggando qualcuno lo legge giornalmente, e ciò mi ripaga del tempo speso; non avrebbe senso infatti farlo per puro e semplice autocompiacimento. Quindi grazie! Le due dita però non sono solo un numero, ma un simbolo di vittoria, quella che puntata dopo puntata incassa il politico Frank Underwood nell’intricatissimo serial House of Cards, di cui mi sento follemente innamorato.

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Riavvolgiamo la pellicola per tornare alle origini della vicenda. Agli inizi degli anni ’90 lo scrittore Michael Dobbs scrive House of Cards, un intricato romanzo sulla sporca politica che brulica ai vertici del campidoglio americano; successivamente la BBC produce e trasmette una miniserie televisiva in quattro atti che riscuote un discreto successo, tanto da giustificare la pubblicazione di due sequel: To play the King e The final cut. A questo punto entra in gioco nel 2011 Netflix, un famoso servizio di distribuzione cinematografica on-demand che propone un insolito esperimento: trasmettere tutta una serie tv continuativamente, distruggendo il concetto stesso di serialità week-by-week. A Kevin Spacey l’idea piace e sale a bordo come produttore e protagonista. La regia non resta un fianco scoperto dato che le prime due puntate vengono girate da David Fincher, le successive due da James Foley, e via discorrendo con Joel Schumacher, Jodie Foster, Robin Wright ecc. Il 1° febbraio 2013 Netflix proprone 13 dei 26 episodi prodotti e divisi in due stagioni, ottenendo un plauso di critica e di pubblico. Il plot è così intricato che il vedere la serie puntata dopo puntata nell’arco di un solo giorno è l’unico modo possibile per non perdere tutti i dettagli che vengono proposti. Diversamente la programmazione settimanale proposta in italia da Sky, espone a una costante serie di domande: chi cavolo è quello? di cosa stanno parlando questi due? perchè quella flirta con quello se è sposata? ecc.

In breve la storia è una sorta di thriller politico nel quale si consuma la vendetta del congressman Frank Underwood (Kevin Spacey) e consorte (Robin Wright) , personaggi di spicco molto vicini al presidente degli Stati Uniti e abili manipolatori. Diversamente dalle convinzioni di Frank però, il giorno dopo la nuova elezione del presidente (da lui sostenuto), il promesso incarico di segretario di stato va ad un altro fedelissimo del partito, scatenando l’inizio di una guerra personale da cui Underwood è convinto di uscirne vincitore. A mischiare le carte ci sarà una giovane giornalista assetata di gloria (Kate Mara) e molte pedine che Frank userà sotto ricatto per raggiungere i suoi scopi.

some-of-chinas-top-leaders-are-apparently-obsessed-with-house-of-cardsL’espediente narrativo che rende la serie avvincente è la rottura della quarta parete. La rottura della quarta parete accade tutte le volte che il personaggio di un film si rivolge alla camera e parla idealmente col pubblico spettatore. La abbiamo visto centinaia di volte, da Edward Norton in Fight Club a Woody Allen in Io & Annie. E’ interessante come espediente perchè richiama un coinvolgimento diretto dello spettatore, stabilendo una relazione tra realtà e finzione (qui un bellissimo video supercut). In House of Cards Frank stimola l’empatia dello spettatore rivolgendosi a lui in ogni occasione possibile, confidandogli segreti del mestiere o strategie di convincimento altrui nelle sale della politica. E sembra di essere li con lui, complici delle sue sporche manovre, piuttosto che soggetti passivi di una narrazione che scorre lenta e implacabile. Mancano ancora sette puntate al termine della prima stagione, ma l’indice di gradimento è più che positivo e ciò fa ben sperare in una terza (già in cantiere) e quarta stagione da urlo. Un prodotto di qualità dunque che fa riscoprire tutta l’arte recitativa di un immenso Kevin Spacey, proprio lui che anni addietro impersonò il genio DC del crimine Lex Luthor e che qui ci da un assaggio di come quel personaggio di Superman Returns sarebbe dovuto effettivamente essere.